Il vero volto del Brasile (ottobre – novembre, 1990)

Dal bollettino parrocchiale della parrocchia San Francesco d’Assisi di Piossasco – OTTOBRE NOVEMBRE 1990

Visita di un gruppo di preti italiani a Joaquim Gomes
Governo corrotto e polizia criminale
Il fazendeiro possiede la terra, le case e i lavoratori

I dépliants turistici offrono in prima visione il Concorvado e il Pao de Azucar in Rio de Janerio con le bianche spiagge di Copacabana e di Ipanema, subito dietro il parco del Famengo: e lo straniero che scende dall’aereo rimane attonito di fronte alla meravigliosa città, deposta come una perla tra picchi di basalto e onde blu dell’oceano, popolata da gente multicolore e bella, tutto l’anno vestita da estate. E percorrendo le strade a poco a poco s’impadronisce di lui quello smarrimento di chi è capitato in un mondo dalle proporzioni sconosciute, di fronte a cui la piccola Italia appare come borgo di provincia. In tutto, nei paesaggi e nelle spiagge, nelle case e nelle strade, nel crogiolo di razze e nelle distanze: il Brasile è un continente che nasconde nel suo ventre bellezze inaudite, tesori immensi, vita inesauribile. L’Amazzonia e il Sertao, le colline dell’Alagoas e del Sud, le foreste e le piantagioni un susseguirsi di emozioni e di incontri, resi lucenti dal sorriso dei mille bambini che ti vengono incontro da ogni abitazione.
E al turista, ubriaco da questo universo sconvolgente, danno appena un po’ di fastidio i ragazzini insistenti che vendono di tutto, tallonandolo e perseguitandolo ma chi sa guardare dietro i loro occhi scopre un altro universo, altrettanto sconvolgente, di violenze, dittature, ingiustizie, provocate dal moltiplicarsi quotidiano di privilegi ed egoismi.

L’altro Brasile.

La situazione è drammatica; e il nuovo presidente Collor de Mello la sta rendendo, se fosse possibile, ancora peggiore, dopo aver scalato il potere con mezzi leciti e illeciti, attento sopratutto agli interessi della classe industriale e finanziaria da cui proviene. Dando lustro, ipocritamente con il canale televisivo che gli appartiene, alla facciata linda di un paese dai grandi contrasti, che lindi non sono. Poichè, accanto alle immense risorse naturali ed industriali, godute da una percentuale piccolissima di ricchi “fazendeiros”, “usineros” e approfittatori, esistono indici di estrema povertà, criminalità, analfabetismo e mortalità infantile. La crisi sociale ed economica che da anni domina le istituzioni nazionali è dovuta soprattutto al latifondo, che provoca l’esodo dalle campagne e la formazione delle “favelas” nei centri urbani e la marginalizzazione di una massa di lavoratori non specializzati. Tale situazione stimola al disimpegno, all’occupazione selvaggia delle città, sospinge i valori verso il basso e destabilizza le famiglie.

L’ingiustizia.

A Joaquim Gomes, grosso centro dello Stato di Alagoas, dove vive e lavora una comunità di suore di S.Giuseppe di Pinerolo, tra cui suor Daniela che siamo andati a trovare, la cosa è più che evidente. Ci troviamo in mezzo alle grandi “Usinas” che lavorano la canna da zucchero e alle grandi “Fazende” in mano a ricchi proprietari cui appartengono le terre, i lavoratori, e le case. La gente invece non ha che la propria dignità e il piccolo mercato della domenica mattina. Lavora nei campi di canna da zucchero come al tempo degli schiavi: l’Alagoas è terra di schiavi antichi e moderni. Lo Stato e i Proprietari hanno cancellato anche la memoria dei “Quilombos”, comunità di schiavi fuggiaschi, che nel XVII-XVIII secolo riempirono la regione, allora ancora coperta di foreste, e che, guidati da Zumbi, re africano, godettero di una certa indipendenza. Da noi i martiri del Risorgimento vengono celebrati e ricordati, in Brasile non esiste memoria di libertà e di sangue versato, ieri e oggi. E se nel 1888, 25 anni dopo gli Stati Uniti e 80 anni dopo la Gran Bretagna, la schiavitù giuridica fu abolita, oggi esiste una schiavitù di fatto che lega i contadini al volere del padrone, per la vita e per la morte. ll “Fazendeiro” ha potere su tutto, sulla vita pubblica e sulla privata, con l’appoggio della polizia locale, su chiunque minaccia i suoi interessi e chi si oppone all’ingiustizia viene eliminato, straniero o brasiliano che sia. Egli è il padrone anche della religione, spesso. Ci veniva da dire, mentre eravamo là, sorpresi della violanione continua dei diritti umani, come il Nunzio del film “Mission”: “Sarebbe stato meglio che le caravelle di Colombo non avessero mai attraversato l’Oceano”. Con un po’ di rimorsi ci prepariamo a celebrare il quinto centenario dell’evangelizzazione dell’America Latina.
A Novo Lino, poco distante da Joaquim Gomes, si sono tenute le elezioni per il Sindacato dei Lavoratori del campo: elezioni simboliche poichè il Sindacato è dei padroni e il fronte dell’opposizione è stato sconfitto con brogli elettorali e minacce palesi: i fucili armati dai fazendeiros nel mese di maggio scorso hanno eliminato 20 persone perchè erano testimoni di ingiustizie, animatori di comunità di base, gettandoli nei campi di canna da zucchero con la faccia bruciata per renderne più difficile l’identificazione.

La violenza.

L’ingiustizia genera violenza, sopratutto verso i poveri e i piccoli, i quali non hanno la possibilità di difendersi e non sono protetti neanche dalla polizia e dalle istituzioni che sono le prime a generare violenza e sopruso. Quotidianamente, 35 milioni di minori abbandonati – i cosidetti “Meninos e Meninas de Rua” (ragazzi di strada) devono affrontare ogni genere di violenza: arrestati per un piccolo furto, vengono denudati e trascinati per le vie del paese, le bambine violentate dagli stessi poliziotti. La violenza in Brasile è praticata fin dall’arrivo dei primi bianchi. Prima contro gli indios e i neri. Oggi anche contro i bambini. Nella “Baixada Fluminense” – immenso quartiere di “favelas” alle porte di Rio, maggior sacca di povertà del Paese – con quasi 3 milioni di abitanti, l’acqua arriva appena al trenta per cento delle famiglie, esistono solo tre ospedali e trecento mila bambini, senza scuola, gironzolano per la strada. È in questo quartiere che una suora, Filomena Lopes Filha, che lavorava per risollevare le sorti di questa povera gente, è stata assassinata la sera del 7 luglio 1990, perchè il suo lavoro interferiva con interessi di famiglie potenti. Dal gennaio dell’88 al gennaio dell’89 l’Istituto Brasiliano di Analisi socio-economiche e il Movimento Nazionale dei Ragazzi di Strada contarono 891 assassinati a causa di rapine, droga, stupri e vittime degli “squadroni della morte”, formati da ex-poliziotti, poliziotti in servizio, vigilantes, trafficanti, ecc… E la violenza cresce sempre più, grazie alla certezza di non essere perseguitati da nessuno. La storia della violenza in Brasile cominciò con il colonialismo nel rapporto padrone-schiavo. Dal 64 militari e civili si unirono per dare la caccia a chi si opponeva alla dittatura. Da allora, esiste una violenza istituzionalizzata, portata avanti da gruppi organizzati dalla connotazione paramilitare. Poi fu la volta della caccia ai terroristi e ai sovversivi: anche i ragazzi testimoni di violenza vennero eliminati. La verità è che la polizia non si muove: la violenza e così generalizzata che assomiglia ad una guerra civile. I poveri, i neri, le donne e i ragazzi sono le principali vittime di tale violenza. Tra Rio e il Libano esiste un’unica differenza: là la guerra è religiosa, qui è per il potere economico. Nel 1989 furono assassinati più bambini in Brasile che nella guerra del Libano: in Brasile uno al giorno, in Libano uno alla settimana.

Chi ci lavora dentro.

Dentro a questa situazione, i missionari; ma non solo, grazie a Dio. Molta gente si è messa dalla parte delle vittime e con fatica nelle comunità di base e nelle organizzazioni popolari porta avanti la liberazione degli oppressi.
Noi – eravamo quattro preti: don Guido, don Gianni, don Marco ed io – ne abbiamo conosciuti tanti. Non abbiamo preteso in tre settimane di conoscere il vero volto del Brasile, ma ci siamo fatti raccontare molte cose dagli stessi protagonisti, avvicinando il loro lavoro con rispetto e in punta dei piedi. A Teresina abbiamo incontrato Auri Lessa e Cristina, impegnate accanto ai “Meninos de Rua”, andandoli a recuperare nelle favelas e nel carcere minorile; a Recife, oltre che con un prete di Torino, nostro comune amico, abbiamo parlato con Sonia, che lavora insieme ai contadini per il problema della terra e nelle comunità di base per la coscientizzazione della gente: a Rio, padre Guzmao, che sta studiando legge all’università per poter difendere i diritti dei poveri calpestati sistematicamente anche dal potere Giudiziario.
Sopratutto, siamo stati in compagnia dei nostri missionari, per lasciarci coinvonlgere dalla testimonianza silenziosa di condivisione di p.Piero nella favela di Nova Holanda; dal lavoro pericoloso dei preti di Nova Iguacù nella Baixada Fluiminense; dall’impegno apostolico di don Trombotto di Pinerolo in una parrocchia di centomila abitanti alla periferia di Maceiò. A Joaquim Gomes ci siamo fermati una settimana con suor Daniela, legata a noi da particolare affetto, poiché proviene da Piossasco e con cui, tutti noi, chi per un verso chi per l’altro, avevamo qualcosa in comune. E’ stata lei a metterci a contatto più diretto con i problemi della terra nelle grandi “Usinas” e “Fazende” dell’Alagoas, dove si coltiva la canna da zucchero come ai tempi della schiavitù, anche se non ci sono più schiavi secondo la legge solo schiavi di fatto. Abbiamo visto la vita miserabile della gente, abbiamo toccato il fango delle case costruite sul terreno del Comune lungo il fiume che ad ogni piena le trascina via (là dove noi coltiviamo gli orticelli di città). E questa piccola comunità di Suore che vive in mezzo a loro e si adopera per curare i malati, istruire i bambini, dare una casa migliore a chi non ce l’ha, far prendere coscienza alle donne delle loro possibilità, aprire gli occhi a tutti sul valore della persona umana, secondo il messaggio cristiano. E’ una piccola luce che illumina il verde cupo delle piantagioni di canna da zucchero e dà speranza a qualche centinaio di famiglie.

Conclusione

Questo è un altro Brasile di cui non v’è traccia nei dépliants turistici che reclamizzano le spiagge di Rio e il Carnevale folle dei carioca: la facciata di un paese bello e spazioso si sgretola di fronte a tanta miseria. E ciò che rende la situazione più angosciante è il fatto che il Brasile vive in queste condizioni non per caratteristiche naturali, come il Sahel, nè per mancanza di risorse, ma per volontà degli uomini, per le ingiustizie su cui si regge la vita politiche sociale. E non sembrano esserci prospettive di soluzione a breve termine, neanche con le prossime elezioni del Parlamento (autunno 90) poichè il presidente ha già imposto chiaramente la sua volontà e il suo potere al paese. E non certo per il bene della gente. La dittatura non è affatto finita e il futuro migliore è ancora lontano.

don Andrea Fontana

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