Riflessione sulla visita alla Favela Sururu de Capote di Maceio

L’incontro di un ragazzo dell’Associazione con una realtà sconvolgente

La nostra visita alla favela di Maceiò, è stata molto breve, forse un pochino più di mezz’ora, ma sicuramente rappresenta una delle tappe più significative della mia esistenza. Questa mezz’ora è stata molto molto intensa e quasi è sembrata una giornata intera per le emozioni che ho provato. Durante questa brevissima visita ho potuto davvero constatare con i miei occhi come possa essere annientata la dignità  umana, e come la persona possa essere davvero azzerata dalla società . Allo stesso tempo però ho potuto anche vedere quanto le suore di san Giuseppe si prodighino nel loro servizio di amare il prossimo e nel far riemergere questa dignità nelle persone che lì vi abitano dando responsabilità  e appoggiandosi ad alcune persone della favela.

Una di queste persone all’interno della Favela da noi visitata è Wania, una donna di non ricordo quanti anni e con molti figli, che ci è apparsa subito molto carismatica e molto temprata dalla esperienze passate in una vita interamente vissuta nelle favelas. E lei è proprio la leader di quella favelas, colei che porta avanti le battaglie politiche e non, di quella gente. Wania ci ha accompagnato all’interno delle favelas, e tutto pereva così surreale, una scena da film, case di lamiera e cartone, una sopra l’altra in mezzo alla sporcizia più totale; tutto questo sulla riva della Laguna di Maceiò.

Wania ci ha portato su quella riva, e la Laguna era davvero bellissima, da togliere il fiato, ma purtroppo molto inquinata dalle fognature e dalla poca sensibilità ambientale dell’uomo. Era pieno di bambini che correvano come pazzi ed erano molto curiosi di quegli estranei che erano entrati nelle loro case, avevano vestiti stracciati e non erano molto puliti e ad un tratto mi è venuto in mente che probabilmente se li avessi incontrati in un centro città, come può essere il centro di Torino mi sarei girato senza neanche curarmi di loro… e mi sono sentito davvero ipocrita e un creatore di quelle disuguaglianze che provocano la presenza delle favelas e dei quartieri poveri del mondo… si! Ho sentito un grande magone.

Era anche pieno di piccole imbarcazioni quasi delle canoe. Ad un tratto una di queste staccandosi dall’attracco ha preso il largo e i bambini si sono buttati in un batter d’occhio in acqua per andare a riprenderla. Sempre su quella riva però ci è stata raccontata una delle tante storie tristi di quel posto. Infatti Wania in mezzo al fiume di parole, tutte con una rilevanza e con un significato importantissimo, ci ha detto che la fonte di reddito più importante di quella favela è la pesca dei Sururù, dei piccoli crostacei molto amati e molto rinomati nei più esclusivi ristoranti di Maceiò. La pesca vede protagonista i bambini ed è molto pericolosa perchè li costringe a stare sottacqua per molto tempo (e a volte alcuni non riescono a tornare in superficie).
Una volta pescati la loro lavorazione richiede una giornata intera di lavoro chinati in mezzo all’acqua per pulire questi Sururù con conseguenti problemi fisici di lungo periodo per donne e bambini. Il maggior sdegno però mi sovviene quando Wania ci racconta che questo duro lavoro, svolto dagli abitanti della favela, viene pagato dai ristoratori che vengono a comprarli li ogni giorno 1 o massimo 2 Reali per un intera giornata di lavoro a seconda della quantità , per poi essere venduti la sera stessa nei ristoranti più “In” di Maceiò per una cifra che molto spesso supera i 70 reali.

La nostra visita prosegue con l’ingresso in una casa di una donna, abbandonata dal marito e con due bambini, che un attimo prima avevo notato andare avanti e indietro con un secchio in testa per prendere dell’acqua da una tubatura guasta in mezzo alla strada. E anche li l’impatto è stato davvero forte…
Abbiamo poi proseguito per le stradine di quella vera e propria città nella città, con Wania che ci raccontava molte delle storie di quelle persone, una più incredibile dell’altra per via dell’esclusione sociale che appariva chiara in ogni storia, per la dignità  che viene negata a queste persone. Chi fa parte della Favela non può avere una vita fuori, è escluso dalle scuole, non viene assunto in nessun posto di lavoro, e viene visto come un rifiuto sociale, come una persona da ignorare da parte di coloro che sono esterni a quell’ambiente.

Il caso più eclatante in tal senso, ci racconta Wania, è quello di una ragazza che è stata per quattro anni la donna delle pulizie di una famiglia benestante di Maceiò la quale non era a conoscenza che la ragazza abitasse nella Favela. Un giorno, mentre la ragazza era davanti all’entrata della Favela svolgendo qualche lavoro artigianale con le sue vicine di baracca, passò in macchina nella strada che costeggia la laguna, e di conseguenza le favelas, il datore di lavoro, che notò la ragazza e, senza fermarsi, proseguì la sua marcia. Il giorno dopo, nonostante fosse una persona conosciuta, forte di 4 anni di lavoro in quella casa, venne licenziata in tronco.
E questa, e davvero non è retorica, è solo una delle tante storie che coinvolgono le oltre 2000 persone che vivono dentro quella favela, una delle tante storie di persone che sono invisibili al resto del mondo tranne che per pochi come le suore di san Giuseppe.

Terminando la nostra visita uscendo dalla favela incontriamo una ragazza con un bambino in braccio, ci fermiamo a parlare un po’ con lei, ci racconta che suo marito è in galera per droga, poi ci dice che lei ha soli 14 anni. Subito rimango un po’ colpito, poi ripensando a quanto visto a Joaquim Gomes penso che è tutto nella norma per il Brasile.
Le ragazzine diventano donne molto presto e sono il capo della famiglia, proprio come questa giovane adolescente, almeno la chiameremmo così in Italia. Che questa situazione sia familiare è testimoniato dal racconto personale di Wania, la quale ci dice che ha avuto ben 12 figli, dei quali solo 6 sono in vita, ed il primo lo ha avuto all’età di 13 anni; adesso credo ne abbia un po’ di più di trenta.

Ci congediamo da Wania che ci ringrazia di cuore della visita, ma siamo noi che dobbiamo ringraziarla di tutto quello che ci ha trasmesso, di averci reso chiara la situazione di ciò che accade li dentro e di averci passato l’umanità di quelle storie che il nostro mondo troppo spesso nega loro. Attraversiamo la strada, per aspettare un taxi. Li regna il silenzio tra di noi, e le parole non sembrano proprio voler uscire. La mia mente vaga fino alle vite di quelle persone che solo per una mezz’oretta ho incrociato e che forse non incontrerò mai più in vita mia ma che rappresentano veramente emozioni mai provate.

Il mio pensiero va poi immediatamente però² a quante persone che come loro ho incontrato, a Torino o in tutti i posti in cui sono stato e a come mi sono comportato con loro. Mi sono reso allora conto che molte volte anche io ho contribuito a quell’esclusione, a quella dignità rubata e negata. Una volta partiti con il taxi si è chiusa la nostra brevissima esperienza, che però davvero credo abbia segnato la mia e le nostre vite e le mie maniere di rapportarmi con le persone e con il mondo. Dopo un’esperienza del genere probabilmente i miei comportamenti rimarranno gli stessi di prima ma il mio modo di pensare quello no.

Credo di dover ringraziare queste persone da me incontrate in questa mezz’ora, forse, anzi sicuramente, non ricorderò mai i loro nomi e forse le loro facce, ma davvero mi han fatto comprendere le fortune che parte dell’umanità ha e quanto sia disuguale il mondo. Sicuramente credo e sono consapevole che se tutti facessimo un piccolo passo ,senza dover spostare le montagne, e ci prendessimo l’impegno di dare un pizzico di dignità a tutti gli “abitanti delle favelas” che incontriamo nella nostra vita forse il mondo sarebbe meno disuguale. Probabilmente non risolveremmo i suoi problemi o non si modificherebbero definitivamente le cose, ma sicuramente sarebbe un mondo migliore di come è adesso.